progetto ICARE

IL VERMETTO NERO NERO (Luigi Malerba)


Un vermetto di campagna lungo lungo e nero nero decise che avrebbe fatto uno scherzo al contadino del podere dove viveva. Sapeva che i vermi fanno schifo agli uomini e aveva deciso di vendicarsi.

Durante la notte il vermetto si arrampicò a fatica su per le scale della casa e arrivò nella camera da letto del contadino. Sotto il letto c’erano le sue scarpe. Il vermetto sfilò il legaccio nero di una scarpa e si mise al suo posto infilandosi dentro ai buchi, e già si fregava le mani immaginando le smorfie di disgusto del contadino la mattina dopo quando si sarebbe accorto della cosa.

Il contadino si svegliò molto presto e, con gli occhi ancora chiusi per il sonno, si infilò le scarpe fece un nodo doppio al vermetto nero nero che sembrava proprio un legaccio. Poi uscì di casa e andò nei campi a lavorare. Il vermetto così annodato non riuscì più a liberarsi per tutta la giornata.

La sera, quando il contadino sciolse il nodo per levarsi la scarpa, il vermetto aveva un terribile mal di schiena. Riuscì con molta fatica a uscire dai buchi, rotolò malamente giù per le scale e a fatica raggiunse il prato dove rimase disteso al sole per tre giorni di seguito prima di riuscire a camminare e cioè a strisciare per terra come fanno i vermi.

By marco on 6 giugno 2010 | ICARE
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Jacopo e l’Abominevole Selvatico (4)

 

CAPITOLO 4

Non c’era nessuno e anzi il materasso di fronde e di muschio era mezzo disfatto.

Nei giorni seguenti tornò più e più e volte nel parco, ma non trovò mai nessuno; anche gli animali sembravano spariti. Allora divenne triste e inconsolabile.

Eppure il suo fratellino, ora aveva incominciato a sorridergli ed anche la mamma pareva più disponibile per lui.

Perfino il babbo sembrava più allegro e lo aveva portato anche al cinema e gli aveva promesso che quell’inverno sarebbero andati a sciare insieme. Jacopo rimaneva inconsolabile.

Venne il primo giorno di scuola e Jacopo sedette al suo posto in classe, triste e inconsolabile.

E poi arrivò anche la prima partita di calcio e Jacopo era triste e inconsolabile, ma lo presero in squadra perché quel giorno ben sette compagni erano assenti.

Jacopo trotterellò un po’ a casaccio all’inizio. Poi, tra gli arbusti stenti che chiudevano il campetto da un alato, scorse distintamente, il guizzo rossastro di una volpe: allora sentì l’energia selvatica entrargli a fiotti nel sangue.

E mentre rubava la palla all’avversario, vide sul bordo del campo due lupi fermi a guardarlo. Solo lui li vide: uno più grande ed uno più piccolo. Rimasero lì immobili un attimo e poi si dileguarono silenziosi.

Allora si sentì invadere da una rossa forza selvaggia: lasciandosi sfuggire un breve ululato, sia avventò sulla porta avversaria e tirò una tremenda zampata: gol !

Quel giorno ne fece cinque.

Per festeggiare si percuoteva il petto con i pugni, strappava l’erba da terra e la lanciava in aria.

(tratto da Cecco Marinello, Jacopo e l’Abominevole Selvatico, Piemme Jounior, Il battello a vapore, serie bianca, 2000)

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Jacopo e l’Abominevole Selvatico (3)

CAPITOLO 3

La mattina dopo si sentì svegliare dal tocco lieve di una manona pelosa.

-Io scappa prima che qualcuno viene. Tu può tr4ovare me su quercia grande che tu sai. Quella dove tu gioca…-. Aprì la finestra e si dileguò, gigantesco e leggero tra i rami del tiglio.

Tornato da scuola Jacopo pranzò in fretta e poi scese in giardino. Si infilò nel passaggio segreto e in breve fu sotto la grande quercia che gli serviva da base per i suoi giochi. L’Uomo Selvatico si calò giù lungo il tronco e poi aiutò Jacopo a salire su in alto, dove tra i rami, aveva preparato uno spazioso giaciglio di frasche e di muschio.

-Io qui proprio bene – disse il Selvatico. – Gamba meglio, grazie! Qui nessuno mi trova. Io resta qui fino a che tutti stanchi di cercare. Noi molto giocare insieme… Per mangiare nessun problema: tutta piena terra di radicette gustose e pure meluzze squisite su vecchi alberi là in fondo. Tieni, assaggia!<- e porse a Jacopo una specie di grosso ravanello che aveva un buon sapore di fragola e terra, caffè e cioccolato.

Quella primavera Jacopo trascorse ogni momento libero nel parco insieme all’Uomo Selvatico. Facevano merende squisite su nel nascondiglio tra i rami e poi giocavano. Facevano la lotta: la lotta selvatica. Jacopo aveva imparato a digrignare i denti e a battersi il petto con i pugni. – Tu devi infuriare! – gli diceva l’Abominevole. E Jacopo infuriava.

Quando erano stanchi restavano sdraiati per terra: il bambino contro la pelliccia del bestione che lo cingeva con un braccio e guardando in su, diceva: – Ora noi riposa insieme sotto alberi forti e buoni -.

Jacopo stava bene come non era mai stato. La mamma e la nonna lo trovavano colorito e allegro e non si preoccupavano delle sue lunghe assenza in giardino.

Ben presto cominciarono ad esserci altri visitatori sotto la grande quercia: erano animali selvatici che parevano irresistibilmente attratti dalla presenza dell’Abominevole. Istrici, tassi, donnole3 e porcospini se ne stavano lì poco lontano durante i loro giochi.

Popi arrivarono le volpi dalle loro strade segrete e alla fine (incredibile!) fecero al loro comparsa chissà da dove persino due lupi, uno più grande ed uno più piccolo.

-Loro vuole giocare con noi – diceva l’Abominevole. – E noi gioca, così tu impara ad esser furbo e veloce! – . Giocavano a rincorrersi, a fuggire ed ad inseguire, a difendersi e ad attaccare.

Alla fine Jacopo riposava con la testa adagiata nell’incavo peloso del braccio dell’Abominevole, che spesso recitava fra sé e sé frasi di questo tipo: – Tu piccolo, io gigante, ma alberi più gradi ancora. Montagne grandissime e cielo senza fondo, infinito-. Poi faceva una rutto al sapore di mela e comi8nciava a canticchiare qualche antichissima canzone himalayana.

Quando iniziò l’estate e fu caldo, l’Abominevole veniva spesso anche di notte sui rami del tiglio a svegliare Jacopo, che lo seguiva sull’albero e poi nel parco abbandonato.

Correvano a lungo sotto la luna e tra gli alberi. I due piccoli lupi, uno più grande ed uno più piccolo, erano sempre con loro.

Infine, Jacopo dovette partire per il mare con la sua famiglia. La sera prima il selvatico lo strinse forte contro di sé in un abbraccio che non finiva mai.

Passarono tre settimane. Appena tornato in città, Jacopo corse nel parco sotto la quercia grande, ma dell’Abominevole non c’era traccia. Riuscì ad arrampicarsi da solo fino al nascondiglio segreto, ma …

(vai al quarto e ultimo capitolo)

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