Tanti anni fa, gli animali della foresta,decisero di eleggere il loro re. A governare sarebbe stato l’animale con il mantello più bello . Leoni ,scimmie, orsi, renne fecero a gara per rendere il loro aspetto più piacevole. Il povero riccio, che a quei tempi era ricoperto solo da una modesta pelliccia,pensò di presentarsi con il dorso ricoperto da tralci di rose in fiore.
I dieci gufi scelti per il giudizio non ebbero dubbi: il riccio sarebbe stato eletto re della foresta ed il giorno dopo sarebbe stato incoronato.
Il mattino seguente però il povero riccio si trovò solo le spine delle rose perché i fiori e le foglie erano appassite.
Per la vergogna,da quel giorno,il riccio tutto ricoperto di spine, esce dalla tana solo di notte. Ma di notte escono anche i gufi che vanno a caccia di ricci per vendicarsi dell’imbroglio subito.
L’estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava.
Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.
Si ricordò che la formica per tutta l’estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra.
Andò a bussare alla porta della formica.
La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio.
- Cosa vuoi? – chiese con aria infastidita.
- Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala.
Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.
- Ma davvero? – brontolò la formica – lo ho lavorato tutta l’estate per accumulare il cibo per l’inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?-
- Io ho cantato!-
- Hai cantato? – Bene… adesso balla!-
La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.
(La Fontaine)
Un vermetto di campagna lungo lungo e nero nero decise che avrebbe fatto uno scherzo al contadino del podere dove viveva. Sapeva che i vermi fanno schifo agli uomini e aveva deciso di vendicarsi.
Durante la notte il vermetto si arrampicò a fatica su per le scale della casa e arrivò nella camera da letto del contadino. Sotto il letto c’erano le sue scarpe. Il vermetto sfilò il legaccio nero di una scarpa e si mise al suo posto infilandosi dentro ai buchi, e già si fregava le mani immaginando le smorfie di disgusto del contadino la mattina dopo quando si sarebbe accorto della cosa.
Il contadino si svegliò molto presto e, con gli occhi ancora chiusi per il sonno, si infilò le scarpe fece un nodo doppio al vermetto nero nero che sembrava proprio un legaccio. Poi uscì di casa e andò nei campi a lavorare. Il vermetto così annodato non riuscì più a liberarsi per tutta la giornata.
La sera, quando il contadino sciolse il nodo per levarsi la scarpa, il vermetto aveva un terribile mal di schiena. Riuscì con molta fatica a uscire dai buchi, rotolò malamente giù per le scale e a fatica raggiunse il prato dove rimase disteso al sole per tre giorni di seguito prima di riuscire a camminare e cioè a strisciare per terra come fanno i vermi.